COVID-19 e Influenza | Più Gravi e Comuni in Inverno? 19 Ott 2020 | In X115

Generalità

Influenza, raffreddore e sindromi parainfluenzali sono generalmente più gravi e comuni nei mesi invernali. E non serve scomodare la scienza per rendersene conto.

I numeri, d’altronde, mostrano chiaramente come le epidemie influenzali si ripresentino con marcata stagionalità, perlomeno nelle regioni temperate 1:

Anche l’andamento della recente pandemia di COVID-19 ci ricorda come l’organismo sia maggiormente esposto alle infezioni delle vie respiratorie durante l’inverno.

La scienza, dal canto suo, ha contribuito a chiarire le cause di questo fenomeno.

A tal proposito, negli anni, sono state avanzate numerosi ipotesi. In generale, si ritiene che la natura stagionale dell’influenza, del raffreddore e di altre infezioni respiratorie possa essere dovuta 2:

Influenza del Clima

Per varie ragioni, i virus tendono a vivere più a lungo e ad essere più virulenti a temperature più fredde e umidità inferiore. Inoltre, le difese delle vie aeree si abbassano.

In condizioni di bassa umidità, l’acqua presente nelle goccioline respiratorie che contengono i virus (il famoso "aerosol") evapora rapidamente. Di conseguenza, il virus rimane nell’aria per un tempo più lungo e le persone presenti nell’ambiente hanno maggiori probabilità di inalarlo e infettarsi 1.

Al contrario, quando l’aria è umida, queste goccioline raccolgono l’acqua, si ingrandiscono e cadono a terra. Questo evento riduce la trasmissione per via aerea, ma dal momento che le goccioline si depositano più facilmente sulle superfici può favorire la trasmissione indiretta "mano-bocca" o "mano-occhi".

Uno studio ha riscontrato che una bassa umidità (del 20-35%) è più favorevole alla trasmissione del virus dell’influenza, mentre la trasmissione sarebbe completamente bloccata in condizioni di umidità elevata (80%) 1. Inoltre, quando i porcellini d’India venivano tenuti a 5°C, la trasmissione avveniva con maggiore frequenza che a 20°C, mentre a 30°C non veniva rilevata alcuna trasmissione. 

Un’altra evidenza interessante del suddetto studio è che la temperatura non ha avuto effetti sulle risposte immunitarie degli animali.

Un altro lavoro scientifico suggerisce che la maggiore stabilità alle basse temperature del rivestimento esterno dei virus influenzali (detto envelope o pericapside) può facilitare la diffusione dell’influenza in inverno.

Alle basse temperature, questo involucro si indurirebbe in un gel gommoso che può schermare il virus aumentandone la sopravvivenza. Al contrario, a temperature superiori, l’envelope si liquefa gradualmente, fino a sciogliersi in una miscela brodosa 1.

La bassa temperatura ambientale tende anche a rendere le vie respiratorie maggiormente suscettibili all’infezione.

La barriera mucosa e la clearance mucociliare possono ridurre significativamente la carica virale e la progressione della malattia; di conseguenza la loro inattivazione a causa del freddo e della bassa umidità potrebbe contribuire in modo significativo alla gravità della malattia 3s.

È noto come il freddo riduca la clearance mucociliare. Innanzitutto perché paralizza le ciglia vibratili, che rivestono le vie aeree favorendo l’allontanamento delle particelle virali.

In secondo luogo, un ambiente troppo secco tende a seccare la barriera protettiva offerta dal muco, che ricopre le vie respiratorie intrappolando i patogeni e il pulviscolo.

Il freddo induce anche una vasocostrizione nelle vie respiratorie, per impedire l’eccessiva perdita di calore. Un’ipotesi sostiene che il conseguente minor apporto di sangue, al cui interno circolano i globuli bianchi, potrebbe favorire l’infezione.

Umidificare gli ambienti chiusi durante la stagione influenzale, magari sfruttando con opportuni diffusori la naturale attività antivirale degli oli essenziali (ad es. di maggiorana, salvia sclarea, anice, menta, tea-tree, arancia, chiodi di garofano, cannella, eucalipto e rosmarino), potrebbe quindi aiutare a prevenire la trasmissione dell’influenza 4, 5, 6.

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Soggiorno in Luoghi Chiusi

Il freddo "costringe" le persone a stare in spazi chiusi più a lungo e aumenta il rischio di infezione.

Ad esempio, le scuole sono chiuse d’estate, mentre i mezzi pubblici e i centri commerciali sono più affollati d’inverno.

Anche diverse attività sportive e ricreative, incluse feste pubbliche (es. discoteche, manifestazioni fieristiche) e private si svolgono più frequentemente in ambienti chiusi durante i mesi freddi.

D’inverno c’è anche un minor ricambio d’aria, perché le finestre delle abitazioni e degli uffici tendono a rimanere chiuse. Pertanto, è più probabile che le persone respirino la stessa aria di chi è ammalato.

Carenza di Sole

La mancanza di un’esposizione regolare alla luce solare durante i mesi freddi può avere un impatto negativo sul sistema immunitario.

La vitamina D viene sintetizzata nella pelle attraverso una reazione fotosintetica innescata dall’esposizione alle radiazioni UVB. Pertanto, la maggior parte dei casi di carenza di vitamina D è dovuta alla mancanza di esposizione solare 7.

Storicamente, l’esposizione al sole è stata utilizzata per trattare i pazienti affetti da tubercolosi prima della terapia antibiotica, con un certo successo 8.

In effetti, la vitamina D induce la sintesi di catelicidina e defensine, proteine che combattono efficacemente le infezioni sia batteriche che virali. Inoltre, promuove l’aumento delle citochine antinfiammatorie 9.

In una revisione del 2019 di studi di controllo randomizzati su 11.321 persone, l’integrazione con vitamina D ha ridotto significativamente il rischio di infezioni respiratorie nelle persone carenti, e ha ridotto il rischio di infezione in quelle con livelli adeguati di vitamina D 10.

L’esposizione solare è stata anche associata a migliori tassi di guarigione dalla COVID-19 11. D’altronde, la vicinanza all’equatore è stata associata a tassi di mortalità più bassi per questa insidiosa malattia 12.

Allo stesso modo è stata osservata una significativa correlazione tra carenza/insufficienza di vitamina D e aumento della mortalità per COVID-19 13, 14.

Tuttavia, gli esperti dicono che questa è un’area che necessita di ulteriori studi.

Infine, si consideri che – aldilà della vitamina D – la luce ultravioletta del sole è un noto decontaminante che può uccidere virus e batteri, incluso il temuto SARS-CoV-2 15, 16.

Per approfondire, consigliamo la lettura di: Vitamina D e COVID-19 | Funziona? Trattamento e Prevenzione »

Studi sul COVID-19

In base ai dati attualmente disponibili, le considerazioni fatte nei capitoli precedenti sembrerebbero essere valide anche per la COVID-19 17, 18.

Il confronto dei risultati di oltre 40.000 pazienti con COVID-19 suggerisce che la malattia è più grave nei mesi più freddi rispetto a quelli più caldi e che l’aria secca interna può incoraggiare la diffusione della malattia 19.

In questo studio, i ricercatori hanno analizzato i dati di quasi 7.000 pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19 in Croazia, Spagna, Italia, Finlandia, Polonia, Germania, Regno Unito e Cina.

La mappatura di queste informazioni rispetto alla temperatura locale e all’umidità interna stimata ha rivelato che gli esiti gravi della COVID-19 (ricovero in ospedale, ricovero in terapia intensiva o necessità di ventilazione) sono diminuiti nella maggior parte dei paesi europei nel corso della pandemia, coprendo la transizione dall’inverno all’inizio dell’estate.

C’è stata anche una corrispondente diminuzione del tasso di morte (mortalità) per malattia, con un calo di circa il 15% della mortalità per ogni aumento di un grado Celsius della temperatura.

Al contrario, la gravità dei sintomi e il tasso di mortalità sono rimasti costanti in Cina durante la prima ondata di pandemia, che si è verificata solo durante l’inverno.

Sai cos’è l’immunità di gregge? Leggi l’approfondimento: Immunità di Gregge | COVID-19 | Cos’è, Come si Calcola »

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